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Spettacolo il 28 e 29 settembre ore 20,30 presso la Parrocchia Stimmate di San Francesco

martedì 22 maggio 2012

In viaggio (5)

Per comprendere e fare esperienza del concetto di Provvidenza, occorre necessariamente accettare l’idea di essere piccoli e questo comporta non poca umiltà. Solo i bambini, bisognosi di tutto e ancora incapaci di procurarselo da sé, confidano istintivamente e ciecamente nel papà e nella mamma, che rappresentano per loro le figure umane in assoluto più provvidenti, a cui nulla si chiede perché sanno, senza consiglio, ciò che davvero è necessario.


Anche all’adulto, che si misura con esigenze e responsabilità più grandi, è dato il potere di riappropriarsi di quel rassicurante sentimento dell’infanzia, di riconoscere di non bastare a se stesso, di valutare le proprie forze e le proprie capacità con il metro umile di chi è disposto ad ammettere i propri limiti, ad accettarli e a non vergognarsi che Qualcuno possa ancora prendersi cura di lui. 

Nel fioretto 11 san Francesco, partito con frate Masseo verso la Francia per predicare il Vangelo di Gesù, vive di elemosina mendicando il pane, che consumano poi presso una fonte limpida, dopo essersi appoggiati su una bella pietra larga. O frate Masseo, noi non siamo degni di un così grande tesoro – giubila il santo e Masseo gli risponde: Padre, come puoi chiamare tesoro dove c’è tanta povertà e mancano le cose necessarie? Qui non c’è tovaglia, né coltello, né tagliere, né scodella, né casa. Di rimando allora san Francesco: E questo è quello che io reputo un grande tesoro, dove ciò che c’è, è dato dalla Provvidenza divina: il pane elemosinato, la pietra così bella e la fonte così chiara.

Credere nella Provvidenza comporta vivere l’esperienza dell’abbandono, fidare in Dio, non in quanto Dio, ma perché è Padre, lasciarsi condurre senza turbamento dalle Sue mani invisibili e, tuttavia, artefici di ogni meraviglia nell’universo, non fare altro sforzo che non sia quello di credere, non chiedere nulla, ma sperare tutto da Lui solo.

Etty Hillesum, una delle voci ebree che visse lo sterminio della Shoa, dichiarava nei suoi scritti di annoverarsi tra coloro che,  facendosi  leggeri, di nulla ripieni se non di fiducia, riescono a galleggiare sulla superficie del mare e a non andare a fondo, tenendo gli occhi ben spalancati solo su quel grande cielo che tutto sovrasta e che tutto copre.

Silvia Ravarino


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