12. La povertà
LA POVERTÀ
Quando
quel giorno Francesco verrà
Io voglio dirgli così
Dimmi se sono la tua povertà
io che son povera qui
Dimmi se sono la tua povertà
io che son povera qui
A
Francesco quel giorno dirò
Tu lo sai che ricchezza non ho
Pane e cielo io mangio con te
Ma il mio cuore, leggero non è
Tu lo sai che ricchezza non ho
Pane e cielo io mangio con te
Ma il mio cuore, leggero non è
E lui Francesco,
mandato da Dio
Sul cuore mio piangerà
Sul cuore mio piangerà
Che povertà -
gli dirò - sono io
E lui, Francesco dirà:
Povertà, povertà non è più
Se sarà come qui schiavitù
Pane e cielo, sapore non ha
Se il tuo pane non è libertà
E lui, Francesco dirà:
Povertà, povertà non è più
Se sarà come qui schiavitù
Pane e cielo, sapore non ha
Se il tuo pane non è libertà
Quando quel giorno Francesco
verrà
Ali di rondine avrò
E sul nel libero cielo con lui
Io povertà volerò
Volerò.
E sul nel libero cielo con lui
Io povertà volerò
Volerò.
Povertà, ricchezza. Due
termini che sembrano contrapporsi, ma
che sono strettamente correlati: non si può parlare di povertà senza parlare di
ricchezza.
Anche se il termine ricchezza ci riconduce
immediatamente ai beni materiali, non è solo a questi che ora dobbiamo fare
riferimento.
S. Francesco, dopo la sua conversione, era
estremamente povero, ma era anche enormemente ricco. Sì! Perché ciascuno di noi
ha tante ricchezze che magari non si riconosce nemmeno, ciascuno di noi è una
ricchezza perché possiede tanti talenti che Dio gli ha donato: l’intelligenza,
l’umiltà, la disponibilità, l’altruismo, e, perché no, la bellezza, la
creatività, la bella voce, l’armonia dei movimenti, la passione per la musica,
per la pittura …
Ecco, queste sono le ricchezze più importanti che
possediamo e non pecchiamo di superbia se ce le riconosciamo, perché ciascuno
di noi è un piccolo capolavoro uscito dalle mani di Dio.
Che cosa vuol dire allora povertà? Molto
semplicemente che i miei talenti non li devo rivolgere verso me stesso, ma li
devo proiettare verso gli altri, condividerli con loro, arrivando magari
ad annullare me, per far risaltare chi
mi sta vicino. E in questa condivisione, in questo dono troverò la vera gioia.
Ma non basta: povertà vuol dire anche accettare
gli altri con i propri limiti, le proprie difficoltà, le proprie incertezze, vuol
dire tendere la mano a chi ha bisogno di
appoggio, di solidarietà, di conforto, anche se quel gesto agli occhi del mondo
può sembrare una follia, confortati dalla realtà dei fatti: anche S. Francesco
dalla maggioranza dei suoi contemporanei era stato considerato un folle!
Ma c’è di più. Gesù e di conseguenza S. Francesco
non ci chiedono una povertà triste ed arrabbiata perché è mancanza
dell’essenziale per vivere: quella proposta da Gesù e da S. Francesco è una
povertà gioiosa, sorridente perché ci libera dalla preoccupazione per
l’accumulo e la conservazione delle nostre ricchezze e si concretizza nel dono
di se stessi agli altri che è il culmine dell’amore .
E allora per amore dono quello di cui c’è bisogno,
anche se questo a volte mi può deludere, perché penso che i miei talenti siano
di maggior valore, accetto anche il poco che un altro può donare, perché è
tutto quello che ha, come la vedova del Vangelo, e se ho poco, non mi arrendo,
non mi demoralizzo, non mi trincero dietro l’ “apparente inutilità”, (concetto
tanto caro ad una persona grande come Don Ciotti) perché se il mio dono è fatto con amore penserà Dio a farlo
diventare grande. Come possiamo leggere nel Vangelo in uno degli episodi noti
come “la moltiplicazione dei pani”, se quella persona non avesse accettato di
offrire a Gesù il suo insignificante pranzo, tutta la folla non avrebbe avuto
di che sfamarsi.
E non devo temere se durante il mio cammino
incontro incomprensioni, delusioni, sofferenze,
perché Gesù per primo ha vissuto, per amore nostro, il peggio
dell’incomprensione e della sofferenza.
Ecco, allora serbiamo nel cuore come guida per
vivere la povertà durante tutta la grande avventura della nostra vita le parole
di S. Francesco:
“L’ECCELLENZA DELL’ALTISSIMA POVERTA’ E’ FARSI
POVERI DI COSE MA RICCHI DI VIRTU’”. (Da “La regola di S. Francesco”)
Quanto difficilmente
coloro che hanno ricchezze entreranno nel Regno di Dio. (Mc. 10, 23)
È più facile che un
cammello passi per la cruna di un ago che un ricco entri nel Regno di Dio (Mc.
10, 26).
… (Gesù) Vide anche una
vedova che vi gettava due spiccioli e disse: “In verità vi dico: questa vedova
povera ha messo più di tutti. Tutti costoro, infatti, han deposto come offerta
del loro superfluo, questa invece nella sua miseria ha dato quanto aveva per
vivere”. (Lc. 21, 2 – 4).
Perché dove sono le vostre
ricchezze, là c’è anche il vostro cuore. (Lc. 12, 34).
Domande per la riflessione:
- Che rapporto hai con
i beni materiali? Quale parte del tuo cuore occupano?
- Sei consapevole dei
molti talenti che Dio ti ha donato? Sei capace di riconoscerli? Sei
disposto a metterli a disposizione degli altri?
- Quando intraprendi
una qualsiasi attività, la tua meta è il successo personale o il vantaggio
che gli atri potranno trarne?
- Ti è capitato di nascondere
con “l’apparente inutilità” di un tuo gesto, la difficoltà a compierlo?

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